Atti di compravendita senza certificazione energetica di Marina Ferrari

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L’art. 35, comma 2-bis, del D.L. 112/2008, come risultante dalla conversione in legge, cancella l’obbligo di allegare l’attestato di certificazione energetica all’atto di compravendita di interi immobili o di singole unità immobiliari, e l’obbligo, nel caso delle locazioni, di consegnare o mettere a disposizione del conduttore l’attestato di certificazione energetica.Ricordiamo, a questo proposito, che, per effetto del Dlgs 311/2006, lo scorso 1° luglio è entrato in vigore l’obbligo di produrre l’attestato di certificazione energetica per gli edifici di superficie utile fino a 1000 metri quadrati, nel caso di trasferimento a titolo oneroso dell’intero immobile con l’esclusione delle singole unità immobiliari; dal 1° luglio 2009 tale obbligo sarà esteso alle singole unità immobiliari, sempre nel caso di trasferimento a titolo oneroso.L’abolizione dell’obbligo è una misura analoga a quella, contenuta nel medesimo art. 35 del DL 112/2008, che abroga l’articolo 13 del DM 37/2008 (relativo all’installazione degli impianti negli edifici), cancellando l’obbligo di allegare ai contratti di compravendita di immobili usati la “dichiarazione di conformità” degli impianti.La misura, che vuole essere di “semplificazione”, in realtà elimina un controllo stringente sull’attuazione di queste due importanti disposizioni normative, di origine comunitaria, e libera da un peso la categoria dei notai.Ma mentre si attenuano i controlli, non esistono servizi in grado di orientare i cittadini nella confusione del mercato del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili; non ci sono garanzie di competenza e professionalità per i privati che vogliono investire nel settore.Eppure, avendo amministrazioni ed associazioni di categorie determinate ad investire in questa direzione, potrebbero esserci sia gli strumenti, già sperimentati in Europa e nelle province illuminate d’Italia, che le risorse.Non sapendo programmare uno sviluppo in questa direzione, si compie ancora un atto contrario all’ammodernamento del nostro paese sul fronte della sostenibilità ambientale ed energetica e della sicurezza dei cittadini, a favore della fluidità del mercato immobiliare ( dopo abolizione ICI prima casa, rinegoziazione dei mutui ecc. ).E pensare che, solo qualche settimana fa, il Ministro Stefania Prestigiacomo, in Commissione Ambiente alla Camera, dichiarava presupposto fondamentale per affrontare con efficacia la questione ambientale il “passaggio dall’ambientalismo ideologico all’ambientalismo liberale”, cioè da un’economia che “vede la tutela dell’ambiente come gravame collaterale, all’economia che considera l’ambiente come snodo fondamentale, risorsa, e anche business, della società del futuro.” e annunciava “Sono di imminente emanazione le linee guida per la certificazione energetica degli edifici”.

Forse, dopo l’emendamento al D.L. 112/2008, le linee guida non sono più così urgenti!

Marina Ferrari

http://ecodemasti.ilcannocchiale.it

Otto milioni di canzonette.

Scritto da Mario Lanfranco

“Otto milioni di baionette” era la minacciosa e, al tempo stesso limitata, immagine della potenza bellica del regime fascista.
E’ così difficile paragonare la società di oggi con quella di settanta anni fa.
 
Vorrei quindi pensare che un ritorno del fascismo tout court o anche “in altre forme” in Italia sia impossibile, così come il ritorno della monarchia o dei venditori di ghiaccio, come della Balilla o del ciclismo senza doping.
Certamente una buona parte della destra italiana ha vissuto gli anni 50’, 60’ e 70’ nella “nostalgia” e nell’attesa della “Ora X” con il conseguente avvento di improbabili “regimi dei colonnelli”.
Una destra che, fino al Congresso di Fiuggi (1995), si è tenuta lontana dalla ricerca dell’allargamento del consenso elettorale attraverso il rinnovamento liberista o radical-liberale.
Una destra quindi che ha delle radici profondamente diverse da quelle della destra francese, inglese o statunitense.
E’ una destra, quella italiana, che è ancora oggi affascinata dagli elementi tipici della destra populista ed autoritaria:
- Il controllo della comunicazione : la scelta di occupare tre quarti della comunicazione radiotelevisiva è un aspetto, ma è l’uso che ne fa che la distingue. Non le è solamente utile per esprimere un pensiero unico, ma soprattutto per disinformare, per proporre un’immagine di Paese spensierato con ore e ore di reality e di tv spazzatura, nel proporre una certa immagine di donna e trasmettere telegiornali teleguidati. Anche la carta stampata ha il suo peso, non solamente attraverso i quotidiani (peraltro poco letti in Italia), ma soprattutto attraverso i rotocalchi settimanali che ci affidano a “veline e palestrati”.
- Le grandi opere: la necessità di “affidarsi a Sua Maestà il piccone” per evidenziare la forza di plasmazione del Paese e la dimostrazione di una potenza fallica del vertice esecutivo
- Il decisionismo: prendere delle decisioni comunque, anche in modo avventato, o peggio sbagliate, e mascherarle da decisionismo.
- “fare ordine” e rendere il Paese più efficiente: eliminare leggi, cacciare i clandestini, il tormentone dei “fannulloni” del Ministro Brunetta, le tre “I”, mietere il grano e spazzare le strade.
- L’uso dell’esercito per risolvere i problemi: i militari in Georgia, a presidiare le discariche, a controllare i parchi, a verificare gli elmetti nei cantieri: con i militari si fa tutto e si risolve tutto
- L’insofferenza per una magistratura autonoma: non c’è più nulla da dire su questo argomento.
- L’insofferenza per le “perdite di tempo”: ridurre i passaggi nei consigli e in Parlamento, ridurre i tempi di discussione.


Un esempio reale (e astigiano):
Da La Stampa : Giovanni Boccia, presidente del Consiglio comunale di Asti (Forza Italia), intende “ottimizzare” i tempi delle sedute consiliari: «tagli» sulla durata degli interventi (dagli attuali 15 minuti a 10) e delle repliche (da 10 a 5 minuti), sulle dichiarazioni di voto (da 5 a 3) e sul tempo di attesa per iniziare il Consiglio. Non solo: il presidente vorrebbe anche ridurre il numero legale di consiglieri utile per poter aprire il Consiglio, passando da 20 a 14, «ma solo per l’ora delle interrogazioni» precisa.

Ma dico perché 14 quando ne basta 1?

DOVE VA IL PARTITO DEMOCRATICO? di Matteo De Salvia

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Dove va il PD? Ah! Saperlo!
Dove va il Paese: verso la dittatura della “Maggioranza”, con buona pace di tutti i velleitarismi e le sottigliezze di noi democratici e del cosiddetto popolo delle sinistre.
Provo ad aggiungere qualche riflessione collaterale.
L’analisi di Maurizio merita tutta l’attenzione e le considerazioni possibili, se davvero vogliamo fare di questo Partito che abbiamo definito “nuovo” lo strumento per riaffermare e ripristinare il cammino di civiltà democratico.
L’analisi è articolata ed abbastanza compiuta, se non vogliamo farne un trattato e parlarci addosso come siamo usi fare da lungo tempo.
In gran parte è anche condivisibile, se la visuale è quella di servire la causa e non servirsi della causa.
In molti abbiamo fatto affidamento nell’Ulivo (io sono uno di quelli) come nell’unica “invenzione” moderna per tirarci fuori dal guado del fallimento della Prima Repubblica e dell’Utopia Socialista.
Partendo dal meglio delle esperienze dei partiti popolari, figli ed eredi della Resistenza, si cercava di creare una forza unitaria e democratica che sapesse aggiornare l’indirizzo del Paese, nel contesto interno ed internazionale, nell’affrontare i grandi problemi posti dalla modernità e correggere la pretesa del capitalismo di essere l’unico dominus delle nazioni.
Le contingenze e le avversioni dei soliti noti, che ancora condizionano fortemente la nostra scena politica, hanno impedito all’Ulivo di crescere e fatto perdere per strada componenti e pezzi di società, che in quel progetto credevano.
Ricordate quanto si parlava del cosiddetto “valore aggiunto”?
Con l’invenzione dell’Unione, necessaria quanto mai di fronte alla potenza delle destre, ci eravamo cautelati con un Programma costruito democraticamente e millimetricamente, ma (niente da fare) la voglia di protagonismo, di frazionismo di velleitarismo ed altre indicibili pulsioni ci hanno tagliato l’erba sotto i piedi.
L’accelerazione verso il Partito Democratico è stata una necessità inderogabile per affrontare le elezioni politiche anticipate.
Si è fatto di necessità virtù, non tenendo sufficientemente conto che “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”.
Il processo di formazione del Partito è stato tutt’altro che democratico.
Non solo non c’è stata partecipazione popolare nella “formazione” degli strumenti del Partito, ma abbiamo votato plebiscitariamente in tutte le fasi successive, digerendo peraltro liste e listoni collegati ai candidati, su documenti spesso puramente velleitari.
Hanno dominato e scelto sempre e comunque i maggiorenti e le nomenclature, fino allo spettacolo indecoroso del quasi pari nel Regionale, dove due candidati si sono a lungo considerati vincitori (di una partita che era stata decisa a Roma).
Qualcuno obbietterà che questa è la politica.
Io rispondo che questa era la politica e che questa politica ci ha portato in una situazione di limbo (per non dire di impotenza) dalla quale non sappiamo come uscire.
Vogliamo, tra tutti e una buona volta, prendere in considerazione l’ipotesi che la gente, il popolo a cui ci richiamiamo e nel cui nome vogliamo operare, non ci vota più perché non sente dai noi rappresentate e difese le sue istanze e i suoi bisogni.
Possiamo anche pensare che si tratta di una valutazione errata, e in parte lo è, ma sta di fatto che senza il consenso popolare in democrazia non si arriva ad incidere?
C’è stato un imponente, epocale, trasferimento e trasloco di poteri (d’acquisto, di decisione, d’indirizzo, d’influenza, di convincimento) negli ultimi 15 anni tra le classi, che ci sono eccome che ci sono, anche se vogliono farci credere che siano sparite, e non siamo stati capaci di arginarlo.
Oggi, per legge, viene perfino emesso il certificato di povertà che da diritto ad un sconticino per la sopravvivenza.
Questa è la montagna che dobbiamo scalare, se vogliamo tornare a guidare il cambiamento del Paese.
E’ giusto rappresentare alla gente la complessità e le difficoltà delle cose, è un atto di lealtà dovuto, ma è anche giusto cominciare a ragionare intorno all’etica della responsabilità, intorno alla necessità che ognuno assolva il dovere del suo stato, se vogliamo una crescita equa e ordinata nel cammino di civiltà.
Il Partito Democratico ha davanti un mare da attraversare ed una montagna da risalire.
Per questo percorso si deve attrezzare.
Non mi pare che mediamente il nostro ceto dirigente ne sia consapevole, visti i riti triti e ritriti che si continuano a consumare.
Le correnti, croce e delizia per sentirsi “speciali”.
Baffino dice di non averle inventate lui, la solita spocchia, il solito “più migliore assai”.
Ce n’è ormai per ogni gusto, perfino la corrente dei senza corrente.
Mi pare che ci stiamo avviando, sulle orme delle sinistre “storiche”, che tanta pena ci hanno causato, verso un cupio dissolvi, una resa incondizionata al fascismo strisciante dell’antipolitica guidata dal superuomo di Arcore.
Alla mia età basta un filo d’aria per il torcicollo, figurarsi se mi metto in corrente: l’ho già scritto ad uno dei nostri maggiori dirigenti “se per fare politica occorre far parte di un gruppo organizzato dentro il PD, io smetto di fare anche quel poco che si fa qui in periferia”.
Le cosiddette correnti di pensiero si possono tranquillamente confrontare con metodo democratico, da cui deriverebbero gli orientamenti da assumere sulle varie questioni.
Purché si faccia politica in nome proprio e non in conto di o di che cosa.
Lasciamo lavorare questo quadro dirigente emerso dalla costituente del Partito, fino alla scadenza naturale.
Al Congresso faremo le verifiche.
Nel frattempo pressiamolo e pretendiamo di poter contribuire a disegnare un Progetto Partito per il Progetto Paese, articolato, sul modello della Fabbrica del Programma, dove raccogliere contributi e partecipazioni diffuse, far concorrere davvero democraticamente tanti cittadini a disegnare la “Città del Sole”, stando con i piedi per terra.
Questa pratica implica lo sforzo di tutto il ceto dirigente di reinventarsi forme militanti e partecipate.
E’ uno sforzo immane, lo so, perché bisognerà trovare il modo di parlare contemporaneamente all’intelligenza e alla pancia della gente.
L’autoreferenzialità è perdente e appartiene ai non democratici.
Se dovremo inventarci delle presenze e delle visibilità territoriali credo non ci manchi la fantasia.
Certo, c’è del velleitarismo in tutto questo, ma solo con il realismo si finisce per soggiacere ai ceti e alle consorterie che detengono il potere economico e tutti gli altri.
Poi, se crediamo, raccogliamo anche proposte operative e organizziamo operativamente le strutture del Partito, prima che le disillusioni si vadano diffondendo ulteriormente per il senso di impotenza e assuefazione che si riscontra in giro.
Le vacanze non sono necessariamente vacatio (vuoto), possono da il tempo di pensare.
Anche da me a tutti buona estate.
matteodesalvia

DOVE VA IL PARTITO DEMOCRATICO? di Maurizio Pugliese

Scritto da admin

DOVE VA IL PARTITO DEMOCRATICO?

 

Dalle elezioni non sono più intervenuto diciamo… pubblicamente, nonostante spunti di riflessioni ce ne fossero, eccome.

Ho sentito e letto opinioni, analisi e anche provocazioni.

Ho preferito non aggiungermi ai cori perché volevo metabolizzare l’accaduto e non mi riferisco solo alla campagna elettorale ma anche al grande lavoro fatto nei mesi prima… dal settembre dell’anno scorso.

Io non ho mai dato un giudizio negativo a quanto successo (nel suo complesso) e non è per eccesso di ottimismo ma perché credo sia riduttivo adoperarsi per forza per trovare una sola causa alla sconfitta elettorale.

Non si può analizzare il risultato elettorale in maniera avulsa da quello che è stato il percorso costituente del PD, né dal disagio diffuso che il centro sinistra ha provocato nella breve vita del governo Prodi (piuttosto sottovalutato), né dal senso di sfiducia che il Paese ha avuto (ed ha tutt’ora) verso la politica (anche e soprattutto la nostra).

Sono molteplici e complesse le cause, hanno radici lontane… semplificare equivale a voler trovare ad ogni costo un capro espiatorio, la solita scorciatoia che serve a dimenticare ogni responsabilità ma non affronta alla radice i problemi.

E direi che ci siamo abbastanza cascati di nuovo!

Ma questo è solo la premessa ad una mia riflessione che vorrei, ora si, condividere.

Trovo molto negativo il clima che stiamo vivendo in questi ultimi tempi, la capacità di distruggere quanto di positivo è stato costruito, la tentazione di ritornare al passato, il solito sentimento autolesionista che pervade e proprio non riusciamo a scrollarci di dosso.

Mi è stato chiesto: “vieni nella corrente?” Rispondo: “no grazie, soffro di cervicale!”

Perdonate un po’ di ironia ma è la verità… in tutti i sensi: le correnti mi fanno male, fisicamente e cerebralmente.

Poi mi hanno precisato: “è solo un’associazione culturale che ha l’obiettivo di portare linfa al partito, non sia mai che possa essere confusa con una corrente!”

Mi sento più sollevato.

Dopodichè prendo atto che proliferano le associazioni culturali; tanti, molti affluenti al grande fiume chiamato PD.

Caspita… ci deve proprio essere un gran bisogno di rappresentare culture o fare cultura, com’è che non me ne ero accorto?

Ogni giorno ne nasce una, non si contano più: white, red, a sinistra, sinistra per, i popolari, persino… i coraggiosi.

C’è anche tanta fantasia nei nomi, molto significativi del tipo di proposta culturale che rappresentano; a volte faccio fatica a distinguerle e le confondo e dire che ho letto quasi tutto di loro perché ne hanno dato, eccome, di notizie ai giornali.

Sarà perché, in fondo, mi sembrano così tutte… uguali?

Dietro di loro, quali promotori, tanti ex di qualcosa: ex ministri, ex dirigenti ds, ex dirigenti margherita, ex segretari di partito, ex capi corrente dei vecchi partiti.

E qui mi viene il primo ragionevole dubbio!

Perché a rileggerli i nomi di questi ex, praticamente tutti (o quasi) hanno ampiamente “goduto” del PD finchè è convenuto; basti pensare all’ampio uso della deroga per la ricandidatura “sicura” in parlamento o al senato, quella che ha garantito la poltrona istituzionale oltre i limiti previsti dal nostro statuto, ovvero i due mandati già svolti.

Sarà una osservazione carognesca ma… l’ho pensata, confesso!

D’altra parte, a riprova di ciò, è singolare constatare che nessuna corrente che conti nasce da chi non è un ex di qualcosa o si è affacciato per la prima volta alla politica aderendo con entusiasmo all’ambizioso progetto politico del PD… oltre tutto tanto atteso da tempo.

Tutti vogliono riaffermare qualcosa che è stato prima non che dovrà essere domani, tanti nostalgici del passato… pochi sguardi verso il futuro.

Tutti parlano di valori da difendere (quasi come se fossero dimenticati), tutti sentono il bisogno di distinguersi, di riconoscersi (ma da chi? da cosa?), di marcare il territorio della politica per… contare di più! E naturalmente, non sia mai, per far crescere il Partito.

Tanti hanno bisogno di crearsi il loro spazio, la loro cerchia di amici, la loro identità al di fuori del PD quasi come se nello stesso non ci fosse modo, tempo e luogo per esprimersi.

Tuttavia, ancora un pò illuso, mi dico: “TANTI AFFLUENTI = GRANDE FIUME”.

Ma dov’è questa piena che travolge il panorama politico italiano, questa voglia di essere fermento vitale del partito, questo immane desiderio di farlo crescere e radicare profondamente nella società?

Dov’è…. se ogni giorno, ogni santissimo giorno, leggiamo, sentiamo, viviamo sulla nostra pelle di militanti le innumerevoli divisioni, le polemiche, i litigi, le critiche ingiustificate e pretestuose, i messaggi più o meno velati al leader Veltroni?

Dove sono le proposte, il lavoro fra la gente, la dedizione e la giusta tensione di un partito che aspira ad avere un consenso nella società?

Possibile che non riusciamo a comprendere che se saremmo più uniti e più forti, se non abdicheremo alla scelta di un partito che supera i conflitti e la frammentazione, se sapremo praticare sempre una politica “costruttiva” anche dai banchi dell’opposizione, questo si che sarà un vantaggio per noi e per il Paese?

A me pare che sia più forte la voglia di distruggere che quella di costruire anche perché è più facile e può rendere di più negli equilibri degli assetti interni al partito.

E torno alle correnti perché ora non ho più dubbi, sono proprio tali… altro che associazioni culturali, non siamo ipocriti!

Altro che affluenti, esse si configurano come veri e propri percorsi paralleli, surrogati di partito che hanno un duplice scopo: quello di prepararsi a qualcos’altro oltre e diverso dal PD (e in questo ci sta il non dichiarato retropensiero che giudica il progetto del PD fallito ancor prima di nascere), e quello di prepararsi ad una resa dei conti ormai annunciata con le prossime elezioni europee.

Ora siamo in tregua, tutti han capito che nel momento in cui Berlusconi è tornato a fare il Caimano non è il momento di contarsi. Ma è tregua armata, fino ai denti… e la verità è che si è aperta una fase che non si sa dove e a cosa ci porterà!

Io vorrei dire con grande chiarezza: non mi piace, non ci sto e non aderisco perché il progetto del PD è uno e uno soltanto e le diverse “culture” che lo animano (compresa quella che non si sente ex di qualcosa e pertanto farà sempre fatica a far parte di un clan) dovrebbero contaminarsi anziché dividersi.

Questa è la vera sfida del PD, quella di sentirsi solo e soltanto democratici e riformisti con tutti i grandi valori e principi comuni che sottindendono all’essere democratici e riformisti.

Non c’era bisogno di fare ReD caro Dalema, il PD è l’unica casa dei riformisti e dei democratici.

Tutte le altre differenze culturali, ammesso che siano così marcate, sono una ricchezza solo nel momento in cui sono messe a disposizione del partito stesso e del suo essere “democratici” e sono una sciagura ogni qualvolta sottolineano la loro presunzione di essere portatrici di verità assolute.

Separati in casa, questa è la verità… senza rendersi conto di essere in questo modo sempre più separati dalla società.

Vorrei essere “controcorrente” ma non è neppure questo il punto; le correnti di pensiero, proprio perché tali, potrebbero essere una risorsa per il partito. Solo che vorrei conoscerli i pensieri, le idee, i progetti, le proposte… ma dove sono?

E poi… sarebbe necessario, nel caso esistessero delle correnti di pensiero, farne delle associazioni (o fondazioni che siano) con tanto di sedi, tessere e simboli?

Un po’ di onestà intellettuale per chiamare le cose col loro nome: la verità è che ci sono solo correnti secondo vecchi schemi della politica che attengono alla gestione del potere e dei quali non riusciamo a liberarci.

E credo che anche noi, nel nostro piccolo corriamo dietro a queste sciocche sirene, perdendo di vista il fine ultimo.

Non sono ossessionato da tutto questo semmai, preoccupato, esprimo con una certa franchezza la mia opinione per dire semplicemente che non è vero che le correnti sono un valore aggiunto al partito, anzi… tolgono, sottraggono energie e tempo… e noi non abbiamo granchè se vogliamo radicarci ed affermarci nella società.

Occasioni mancate e sottratte al confronto, al dibattito, all’elaborazione comune di opinioni condivise, di progetti politici per la nostra città, per la nostra provincia.

Oltre tutto quale coerenza ci trovate con lo spirito, l’entusiasmo, il mandato che ci è stato affidato il 14 ottobre scorso; non credo che il popolo delle primarie avesse in mente questo tipo di partito, non ho mai sentito nessuno dirmi: “andate e moltiplicatevi in mille rivoli!”

Anzi… la grande partecipazione è stata proprio alimentata dallo spirito opposto.

Perciò rivendico il mio diritto alla partecipazione ed al confronto. Volete le correnti, le fondazioni, le associazioni culturali? Non le amo, ma pazienza!

Consideratemi un iscritto, partecipo a tutte nessuna esclusa, salvo che non ci siano preclusioni di sorta del tipo: non sei abbastanza rosso, non se abbastanza bianco, non sei abbastanza popolare o abbastanza di sinistra, non sei abbastanza cattolico o abbastanza laico…

In tal caso farete bene ad escludermi perché, pur essendo abbastanza di tutto questo (ed è la ragione per cui ho scelto il PD) non ho il pedigrée per nessuna di questa identità.

C’è un gran lavoro da fare nel e per il PD e soprattutto nella società.

Questa è l’unica priorità che abbiamo e l’unico “dovere” verso noi stessi e le tante persone che ci hanno dato fiducia.

E noi dobbiamo dimostrare (anche a chi il consenso non ce l’ha dato) che siamo presenti, che abbiamo una visione complessiva della nostra realtà e dei suoi problemi, che abbiamo le idee chiare e proposte concrete, articolate, documentate… che abbiamo la capacità di governare.

E’ l’unica politica che serve!

Siano i forum le nostre correnti, i luoghi dove si fa “palestra” politica, i luoghi dello scambio di opinioni, dove si tessono relazioni, i luoghi della formazione, della informazione, della cultura.

Non abbiamo bisogno di altro e non trinceriamoci dietro la solita scusa del “tanto non funzionano” prima ancora di averci provato (come spesso sento dire); diamo loro obiettivi, metodo, strategie, scadenze. Diamo loro modo di contare, c’è tanta voglia di partecipare… non mortifichiamola con la solita vecchia logica che…. “tanto la politica è per pochi”.

Abbiamo i circoli siano loro i nostri avamposti nella società, luoghi dove si fa la politica delle cose concrete, fra la gente…. Siano lo strumento perché il radicamento possa compiersi davvero.

Ora ci sono le vacanze, usiamole per riflettere sul cosa fare, perché ce ne è una marea di cose da fare e a settembre…. speriamo di mettere una marcia in più.

Buona estate a tutti.

Maurizio Pugliese

PD Asti

Facebook PDASTI

Scritto da Mario Lanfranco

Aperto il gruppo PDASTI su Facebook.Facebook è un social network per incontrare (virtualmente) persone e discutere con una modalità più semplice dell’email.E’ un forum aperto, ma limitato da regole di accesso.Oltre al gruppo PDASTI, troverete anche PDPiemonte , Salva l’Italia! - 5 milioni di firme e tanti altri.

Oltre al sottoscritto  (LANFRANCO Mario) troverete altri amici quali: Roberto PLACIDO, Stefano ESPOSITO … ecc.

Iscrivetevi numerosi!

Il dopo petrolio

Scritto da Mario Lanfranco

Mi appare tragico che il Centrodestra presenti la costruzione di centrali nucleari come “La Soluzione” dei nostri problemi energetici.
L
o dico poiché sono dipendente ENEL da trent’anni e all’inizio degli anni ‘80 ero aggregato al Centro Termico e Nucleare di Milano per la costruzione della cosiddetta “Trino 2”.
Vi propongo quindi un intervento di Segolene Royal sul tema delle risorse energetiche in Francia e su chi gravino i costi dell’energia.
Questo intervento è importante per capire come siano complessi i problemi legati alle fonti di energia, anche in un paese come la Francia che si è affidato da lungo tempo al nucleare.
Partire oggi significherebbe avere la prima centrale funzionante fra sei – sette anni; e con quale tecnologia? Con la “seconda generazione e mezzo” o con la “terza generazione” ancora tutta da sviluppare? E gli interrogativi tecnici sarebbero molti altri.
Io credo che sia necessario ridare slancio alla ricerca sul risparmio energetico e sulle fonti di energia rinnovabili e nucleare e non perdersi in dichiarazioni di effetto solamente mediatico.

Nel futuro la primaria risorsa energetica saranno le idee.

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Il dopo petrolio

Di fronte al dramma delle nostre risorse energetiche, è necessaria una scossa.
Come è possibile che le turbine inventate dai francesi, sperimentate già nell’anno 1950 nel Beauce, non vengano costruite in Francia - o se ne costruiscano molto poche?
Come è possibile che il nostro paese quasi non produca energia solare e geotermica?
Ci vuole una vera e propria mobilitazione nazionale. Si tratta di una nuova era che si apre.
Era prevedibile, ma non siamo ancora pronti.
Sarà necessario adattarsi, molto più velocemente di quello che credevamo, a un nuovo modo di illuminare, di fare calore, di muoverci.
In attesa di poter diffondere un’alternativa al petrolio, dobbiamo cercare di correggere le disuguaglianze causate dal crescente prezzo del barile di petrolio.
Soprattutto ora, senza attendere il dopo petrolio, dobbiamo investire massicciamente nelle fonti di energia rinnovabili e dobbiamo cambiare le nostre abitudini di consumo.
Sabato ho detto a Bordeaux che lo stato, attualmente gestito dalla destra, è stato irresponsabile, inetto e imprevidente.
Come si può a questo punto rimanere immobili davanti ad una rivoluzione energetica di questa natura?
Che la Francia da sola non sia in grado di ridurre il prezzo del petrolio greggio, sarà vero.
Ma che il governo francese non abbia alcun mezzo per correggere le conseguenze negative di questi prezzi esorbitanti sulla vita quotidiana dei francesi, non credo sia vero.
Dobbiamo smettere di insinuare che lo Stato non può fare nulla.
Trasformare i nostri stili di vita al fine di rendere la vita meno indipendente dall’energia, in campagna o addirittura in città, è possibile.
Gli incentivi fiscali per le imprese che utilizzano parte dei profitti per investire in soluzioni ambientali, sono possibili.
La società Total, il quarto più grande produttore di petrolio e la prima azienda in Francia, ha incassato più di 12 miliardi di profitti nel 2007.
I suoi profitti crescono naturalmente come i prezzi del petrolio esplodono.
Dobbiamo quindi organizzare una migliore distribuzione dei profitti del petrolio e incoraggiare le imprese a investire in fonti di energia rinnovabili.
Vorrei aggiungere che il Regno Unito fa già in questo modo con la British Petroleum.
L’idea di utilizzare i profitti realizzati da Total da me avanzata recentemente è stata ripresa da altri leader socialisti.
Bertrand Delanoë, Domenica, ha chiesto di “tassare la Total”.
Stephane Le Foll, Lunedì, ha invece anche ricordato che il gigante petroliere “ha goduto del peso della diplomazia francese” per le sue sedi internazionali.
Noi siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda per distribuire meglio la ricchezza del nostro paese.
Così vedo il Partito socialista.
Critici per le crescenti ingiustizie subite dai francesi, uniti intorno alle stesse proposte, fiduciosi nella possibilità di un’altra politica, noi socialisti saremo in grado di combattere una destra che non ha capito che il mondo sta cambiando.
Segolene Royal

Qui l’intervento in lingua originale

Interpellanza Provincia 1

Scritto da admin

Asti, 29 maggio 2008

Con riferimento alla recente débâcle parlamentare da cui è reduce lo schieramento del PDL ed alle conseguenti sfuriate del proprio leader, si è appreso da un articolo apparso sul sito internet www.corriere.it a firma Monica Guerzoni e Roberto Zuccolini (29.05.2008), che l’Onorevole Maria Teresa Armosino il giorno 27 maggio 2008 era “bloccata da un malanno, cinque giorni di terapia”.

Malanno, e conseguente terapia, che le hanno impedito di recarsi quel giorno a Roma ed assolvere, in questo modo, al proprio dovere di parlamentare.

Ma che non le hanno impedito, tuttavia, di essere fisicamente presente in occasione del Consiglio Provinciale tenutosi, in perfetta concomitanza con la seduta parlamentare, presso il Palazzo della Provincia di Asti.

Si intende, va da sé, rivolgere rispettosi auguri di pronta ed immediata guarigione all’Onorevole Armosino, peraltro all’apparenza già in perfetta forma.

Non senza aver evidenziato il fatto che, egoisticamente parlando, la Provincia di Asti ha “beneficiato” del malanno e della conseguente terapia cui il Presidente è stata costretta a sottoporsi.

Di fatto, nondimeno, ne ha “beneficiato” la stessa “vittima”, sollevata in questo modo da imbarazzanti scelte: recarsi a Roma a votare un importante provvedimento parlamentare, o rimanere ad Asti ad affrontare i problemi della provincia?

Scelte che con ogni verosimiglianza si prospetteranno con frequenza nel futuro e di fronte alle quali, in assenza – ci si augura – di nuovi acciacchi, l’Onorevole Maria Teresa Armosino sarà chiamata ad assumere decisioni che non potranno non avere ripercussioni negative.

Vuoi in danno della Provincia, nel momento in cui il leader del PDL imporrà (come pare abbia intenzione) la presenza dei propri parlamentari a Roma.

Vuoi in danno degli interessi nazionali, nel momento in cui il Presidente provinciale, per dedicarsi alle questioni locali, sarà costretta a declinare i propri impegni romani.

Si prende atto che le preoccupazioni espresse nel corso della campagna elettorale dal Partito Democratico (e dal sottoscritto in prima persona) circa l’incompatibilità delle cariche di cui l’Onorevole Armosino è investita, si sono trasformate ben presto in realtà, costringendola a vestire i panni di Presidente provinciale e di Deputato parlamentare a mezzo servizio.

Il tutto a discapito del territorio astigiano e dei suoi cittadini.

Si chiede alla Presidente se in futuro, in occasione di impegni concomitanti Roma-Asti, privilegerà sempre la Provincia.

Il Capogruppo PD

Roberto Peretti

Buona comunicazione, sì grazie!

Scritto da Mario Lanfranco

Inserisco una riflessione di Roberta Favrin, giornalista e componente dell’Assemblea Nazionale PD, sul tema della comunicazione in Italia.

Il 25 aprile ero negli Usa e ho letto una sintesi dell’intervento di grillo in rete; non ho visto la trasmissione di Santoro.
Però ti dico volentieri la mia opinione sul tema della libertà d’informazione che, come puoi immaginare, mi sta molto molto a cuore.
Di libertà nei grandi giornali ne è rimasta poca, e anche nei <piccoli> il potere di condizionamento degli inserzionisti (politici, gruppi economici) è ugualmente molto forte.
Il tema va affrontato con urgenza, perché c’è di mezzo non il futuro di una categoria professionale ma l’esercizio della libertà d’opinione, il confronto delle idee, la verifica dei fatti, insomma i pilastri della democrazia.
Grillo nel suo <furore> confonde la causa con l’effetto.

Non è abolendo l’ordine dei giornalisti che si risolve il problema della libertà d’informazione.
L’ordine è vecchio e fatto da persone vecchie, ma serve, eccome.
Quando violano la deontologia professionale (es. non tutelano i minori e i soggetti deboli, non verificano le informazioni, le stravolgono o le utilizzano a fini terzi),i giornalisti sono passibili di condanna da parte dell’ordine: avvertimento, censura, sospensione e radiazione dall’albo.
Poi ci sono le leggi che puniscono i reati di diffamazione a mezzo stampa, insider trading.
Il giornalista che sbaglia ha l’obbligo di riparare all’errore commesso.
I cittadini non lo sanno e in questa palude proliferano i caimani.
Possiamo abolire l’ordine, ma avremo sempre più bisogno di un organo superpartes, magari un gran giurì dei lettori sul modello Usa, che vigili sul rispetto delle regole.
Questo Grillo non lo dice.
Esalta la <rete> come se quello strumento, per il fatto di essere (in teoria) accessibile a chiunque, fosse per sua stessa natura impermeabile a qualsiasi tipo di distorsione e dunque portatore di verità super partes … balle!!!
La <casta> dei giornalisti cui allude Grillo è fatta da qualche centinaia di colleghi che sono cresciuti all’ombra dei grandi poteri diventandone uno strumento.
Sono quegli stessi colleghi che voterebbero volentieri per l’abolizione dell’ordine, sapendo di potersi liberare per sempre dei pochi lacci che ancora li obbligano a un rispetto almeno formale delle regole.
Faccio un esempio: il divieto di fare pubblicità, a meno che non si tratti di causa benefica; poter fornire <consulenze> a chicchessia senza incorrere nel conflitto d’interessi.
Ma chi lavora oggi nelle redazioni? Migliaia di giovani ed ex giovani precari (dai 20 ai 40 anni … ) pagati pochi euro a pezzo, appesi alla promessa di uno straccio di contratto che gli editori vogliono riscrivere a loro uso e consumo (non è un caso che il contratto FNSI-Fieg sia scaduto da tre anni e non si riesca a rinnovare nonostante le numerose battute di sciopero …).
Da uno a dieci, quanto è ricattabile un collega che vive <a pezzo>?
Quale formazione professionale potrà avere?
In quali inchieste perigliose avrà il coraggio di avventurarsi?
Chi gli coprirà le spalle quando gli avvocati del potente di turno chiamato in causa gli chiederanno i danni?
E’ facile sparare sui giornalisti lacchè … , ma bisogna anche chiedersi chi e quanti, nelle condizioni date oggi e immaginate per il futuro, vorranno ancora fare questo mestiere.
Giusta la battaglia di Grillo per l’abolizione dei finanziamenti pubblici all’editoria … i giornali devono stare sul mercato per l’attendibilità e la forza delle notizie, devono essere al servizio dei cittadini e non essere<mantenuti> dai cittadini.
Possono esserci delle eccezioni … se si tratta di informazione di servizio utile alla collettività, ma il requisito di base deve essere, per lo meno, la tutela di chi ci lavora.
Oggi ricevono contributi pubblici (Stato o regioni) Tv, giornali, agenzie,che sfruttano a man bassa il lavoro nero; a dirigere queste fantomatiche testate ci sono giornalisti <teste di legno>, professionisti solo sulla carta.
E’ il paradosso delle tv locali che (anche in Piemonte) ricevono contributi <per progetti sull’infanzia> e poi trasmettono a tutte le ore annunci erotici, maghi e ballerine nude.
Non mi avventuro in riflessioni sulla Gasparri.
E’ evidente che il sistema televisivo italiano è funzionale a un progetto culturale di massa (minculpop) che ha imbarbarito gli italiani.
Che sta crescendo cittadini analfabeti dei propri diritti e propri dei doveri.
Io la TV non la guardo più ad eccezione degli spazi d’informazione, pur con tutti i limiti e le distorsioni che puntualmente sono sotto gli occhi di qualunque persona mediamente informata.
La Rai ha grosse responsabilità.
E’ un carrozzone come Alitalia (basta conoscere qualche collega e come lavora per rendersi conto di sprechi e privilegi inaccettabili).
Credo che esploderà, e mister B avrà buon gioco a dire, questa volta più che mai, che ci penseranno i suoi figli.
Come il Pd si occuperà del problema informazione? Spero tanto e bene.
All’ultima assemblea nazionale ho avuto uno scambio di battute con Andrea Purgatori (ex inviato del Corriere, si occupò, tra l’altro, del caso Ustica).
Mi ha detto che il tema è all’attenzione di Veltroni.
Credo che sia così.

Roberta Favrin

Chiusura campagna elettorale.

Scritto da admin

CAMPAGNA ELETTORALE DIFFICILE, MA BELLA ED ENTUSIASMANTE

PER TANTI, TANTI MOTIVI!

volantino.pdf


ASTI - SERATA DI CHIUSURA CON Rosy BINDI AL CENTRO CULTURALE
SAN SECONDO VENERDI 25 Aprile ORE 21,00


MA CI SI VEDE GIA’ PRIMA ALLE 19,00 PER UN BUFFET CON GLI ELETTORI, GLI AMICI ED I SIMPATIZZANTI

GIUSTO PER RICORDARCI CHE ABBIAMO FATTO VERAMENTE
UN GRAN BEL LAVORO

il partito c’e’ ed è vivo! ed è fatto di gran belle persone, non ultimo

il nostro candidato ROBERTO PERETTI

UN GRANDE “GRAZIE”… DI CUORE

PER LA GRANDE PASSIONE CHE CI AVETE MESSO!

Asti al ballottaggio! Sfida tra Peretti (PD) e Armosino (PDL)

Scritto da admin

Dopo i risultati, non certo eccellenti, delle politiche, ecco una buona notizia.Roberto Peretti andrà al ballottaggio con la Armosino per la presidenza della provincia con circa il 26%!Abbiamo lavorato tanto!
 
In tutta la provincia!
Ci siamo spesi in interminabili giri per i nostri paesi (macinando centinaia di km…. letteralmente, inviando migliaia di sms ed e-mail) contattando un numero altissimo di persone, ma ci siamo!Tra 15 giorni vedremo.La Cotto è battuta, pareva un impresa, ma è andata così con quasi il 5% di distacco.
Oggi, chi come noi crede nel PD qui ad Asti, ha il cuore più leggero di ieri e adesso altri 15 giorni di lavoro, ma non ci spaventa e siamo pronti.

(Liberamente ispirato da un post Marco Ferrero)